
Dal 10 novembre al 22 dicembre 2024 km 8’487
Tabarka (Malloula) Frontiera Tunisia/Algeria (Oum Tboul) – Hammam Debbagh – Constantine – Imedghassen – Timgad – Lambaesis – Djemila – Djelfa – Brezina (El Gour – Taghit – Beni Abbes – Timimoun – Ouled Saïd – Al-Mani’a – Ghardaia – Hassi Bel Guebbour – In Aménas – PN Tassili N’Ajjer – Djanet – Tadrat – Djanet – Tamajert – Afara – Bordj El Haouas – Idelès – Sidi Mouley Labsene – Ghardaia – El-Oued – Hazoua Frontiera Algeria/Tunisia (Tozeur)
Nel nostro viaggio in Tunisia durante la primavera 2023 abbiamo conosciuto una famiglia algerina che ci aveva invitato a visitare il loro Paese. A quel tempo però pensavamo che la prossima meta sarebbe stato il Medio Oriente. Tuttavia, vista la situazione geopolitica venutasi a creare con l’invasione dell’Ucraina, a settembre abbiamo preso in considerazione l’invito degli amici algerini.
Per ottenere il visto per l’Algeria ci vuole un invito di una famiglia o di un’agenzia viaggi autorizzata con sede nel Paese. Il visto apre una finestra di 3 mesi e in questo periodo ti concedono il permesso di rimanere 30 giorni in Algeria, in un secondo tempo si può chiedere un’estensione di altri 15 giorni. Lasciamo i passaporti a casa in modo che i nostri amici ticinesi possano evadere le pratiche al momento opportuno e farcele pervenire, l’avessimo fatto noi prima di partire il visto sarebbe scaduto troppo presto.
Al salone del camper di Parma conosciamo Layla e Sergio che rappresentano la loro agenzia “Avventuriamoci”. Ci rendono attenti che con l’invito di una famiglia puoi rimanere solo da loro e non visitare il Paese; inoltre, per gran parte dell’Algeria devi essere scortato dalla polizia. “Avventuriamoci” ha in programma per novembre un viaggio di 44 giorni con 5 equipaggi di amici e ci propongono di unirci a loro. Facciamo presente che i veicoli pesanti sono molto più lenti dei fuoristrada e ci rispondono che questo non è un problema, anche loro si muovono a velocità moderata. Dunque, accettiamo con piacere. Ritorniamo quindi in Ticino a riprendere i passaporti. I visti per il paese li richiederà l’Agenzia Viaggi e, fortunatamente, da qualche mese anche l’Algeria ha introdotto il visto elettronico, senza bisogno quindi di spedire i passaporti.
Arrivati in Tunisia il 24 settembre 2023 ci godiamo un po’ di mare, specialmente nella zona di Cap Bon, per poi recarci a Tabarka dove il 10 di novembre incontriamo il gruppo composto da tre camper, un van 4×4 e un fuoristrada. Percorriamo insieme i pochi chilometri che ci separano dalla dogana che raggiungiamo alle 12h15. Lì salutiamo i partecipanti che già avevamo avuto modo di conoscere a Parma (Layla & Sergio, Mafalda & Fabrizio) e in Tunisia (Gianna, Marina & Francesco che sono accompagnati dalla simpatica cagnolina Caramelle), facciamo una veloce conoscenza di Lori & Max e del proprietario dell’agenzia di viaggio algerina Mokhtar con il suo autista Ibrahim.
Le pratiche per uscire dalla Tunisia durano due ore, quelle per entrare in Algeria quattro ore, ritardate anche dal fatto che il funzionario non aveva mai visto un visto elettronico. Sei ore per passare una frontiera è il nostro record!
Il cambio dei soldi viene fatto solitamente in privato in quanto molto più vantaggioso che in banca. Durante tutto il viaggio abbiamo cambiato € 1 per (DA) Dinari algerini 200.
Il costo delle assicurazioni per i veicoli: Nimbus DA 3200 e moto 1600 (€ 16 e € 8)
Prezzo diesel: DA 29 ca. € 0,14 al litro, tutte i distributori hanno lo stesso prezzo. Per cui riempire il nostro serbatoio di 600 litri ci costa poco più di € 80.00!
Entriamo in territorio algerino alle 18h15, oramai è già buio. Scortati dalla polizia percorriamo 80 km di quella che dovrebbe essere una strada panoramica e spegniamo i motori al Lac des Oiseaux, presso l’Hotel Sidi Djaballah. La polizia manca l’uscita dall’autostrada e così allunghiamo il percorso di parecchi chilometri. Sosta sul piazzale dell’albergo, e cena nel suo ristorante.
Dopo una notte tranquilla riprendiamo il viaggio sempre con la scorta della polizia; siamo stupiti positivamente dell’ordine e della qualità degli stabili in quanto non ci aspettavamo un paese più evoluto della Tunisia.
Facciamo uno stop nel complesso termale Hammam Debbagh: sin dall’era dell’Impero Romano, le bellissime pareti della sorgente in travertino con una magnificenza di conformazioni calcaree colorate, hanno attirato la gente del posto e i turisti. Dalle terme sgorga l’acqua a 92°C; ideale per far cuocere le uova o per riscaldare l’acqua per il tè.
In serata arriviamo a Constantine e ci sistemiamo nel piazzale dell’Hotel L’Èscale che si trova vicino all’aeroporto.
Il giorno seguente, con un piccolo bus visitiamo questa pittoresca città di 450’000 abitanti arroccata su un promontorio e famosa per i suoi ponti. Constantine è una delle città più antiche del mondo. Fondata dai Fenici, divenne la capitale del Regno Numidiano con il nome di Cirta. Completamente distrutta da Massenzio nel 311, fu ricostruita poco dopo dall’imperatore Costantino che le diede il suo nome. La città ha conservato le vestigia storiche di tre millenni di occupazione numidica, romana, musulmana, ottomana e coloniale. Gironzoliamo nella parte antica della città che a fine 2004 è stata inserita nella lista del patrimonio nazionale algerino, visitiamo il Museo Nazionale e il Palazzo Bey. Abbiamo la fortuna di poter visitare anche all’interno la grande Moschea che risplende nella notte.
Alla mattina aspettiamo la scorta della polizia, ma non vedendola arrivare la guida decide di partire comunque. Raggiungiamo così il mausoleo reale numidico chiamato Mausoleo di Imedghassen (o Medracen). Il Mausoleo ha origini paleo berberi, ca. del IV secolo a.C. ed è costituito da un corpo cilindrico decorato con 60 colonne e sormontato da un corpo conico, ha un diametro alla base di poco meno di 59 metri e un’altezza di 18,5 metri. La camera mortuaria (non visitabile) è posta al centro del monumento e si possono vedere tre finte entrate.
Arriviamo a Timgad o Thamugadi e ci sistemiamo nel parcheggio del sito archeologico. Questa è una delle città romane più conosciute; la Pompei del nord Africa, ora patrimonio dell’UNESCO. Città fondata dall’imperatore Traiano nell’anno 100 d.C. con manodopera militare allo scopo di creare un bastione contro i Berberi del Massiccio dell’Aurés.
La città aveva un ruolo di colonia militare; cinta da mura, fu progettata per una popolazione di 15’000 abitanti ma ben presto crebbe al di fuori di ogni controllo. Il museo ospita una bellissima raccolta di mosaici. Durante la visita conosciamo il famoso cantante algerino Bilel Tacchini e la sua compagna che per noi intonano una canzone. La luce del tramonto sulle rovine ci regala delle splendide immagini.
Il giorno seguente, con la scorta della polizia, ritorniamo sui nostri passi per una sessantina di chilometri, e questa volta ci fermiamo per una breve visita alle rovine di Lambaesis, in epoca romana uno dei quartier generali più importanti all’interno di Numidia.
Proseguiamo e raggiungiamo l’antico sito romano di Djemila, “la bella” in arabo. Situata su uno sperone roccioso alla confluenza di due uadi ai piedi di una montagna di 1400 m. La città era costruita su un terreno accidentato, fu uno dei più importanti siti romani dalla fine del II secolo d.C.
Fondata alla fine del I sec. come colonia per veterani romani sotto il regno dell’imperatore Nerva, è uno dei più bei siti d’epoca romana, in uno scenario splendido, con gli edifici principali ben conservati. Bellissimo il foro di Settimio Severo con il tempio dedicato a Marte, patrono della città, l’arco di trionfo di Caracalla, il mercato con i tavoli dei venditori con le unità di misura per i prodotti agricoli. Visitiamo lo straordinario museo, dove le pareti sono ricoperte dai mosaici strappati da ville e monumenti pubblici della città. La città romana si srotola come un tappeto sulle colline.
Queste spettacolari rovine romane sono in stato di conservazione eccellente e sono classificate Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco nel 1981.
Cambio programma – 1° abbandono del gruppo da Djemila a Brezina
Renato accusa un forte mal di schiena ed ha la febbre alta. Decidiamo perciò di abbandonare temporaneamente il gruppo che si reca alla capitale Algeri per dirigerci già alla meta successiva. Siccome non si può viaggiare senza guida, Mokhtar ci affianca una persona che ci accompagnerà e guiderà il Nimbus per un paio di giorni. Durante tutto il viaggio siamo scortati dalla polizia. Ci dirigiamo a sud ovest su strade a doppio senso che attraversano molte cittadine e paesini, tutti delimitati da alti dossi artificiali per rallentare il traffico.
Il primo giorno raggiungiamo Djelfa dove veniamo ospitati sul piazzale della gendarmeria. Questa moderna cittadina di 155’000 abitanti si trova a un’altezza di 1’138 m s.l.m. e qui abbiamo l’occasione di gironzolare liberamente tra i dignitosi e vivaci nuovi quartieri popolari.
Il secondo giorno raggiungiamo la gendarmeria di Brezina e anche qui veniamo accolti molto bene ma … i nostri passaporti vengono trattenuti e noi veniamo scortati ancora per qualche chilometro fino a raggiungere le formazioni rocciose di El Gour. Non ci sono parole per descrivere la bellezza di questo magico luogo in mezzo alla natura con i picchi che ci circondano. Ma non siamo gli unici visitatori. Molti algerini hanno scelto questa meta per passare il fine settimana e così abbiamo l’occasione di conoscere meglio questa popolazione che è molto accogliente. Infatti, capita spesso che ti danno il benvenuto nel loro paese e ti dicono “se vi serve qualcosa non esitate a chiedere”. Scambiamo quattro chiacchiere con un gruppo di motociclisti e con alcuni di loro abbiamo mantenuto i contatti. È stato interessante scambiare qualche impressione con una famiglia algerina, il padre aveva fatto gli studi in Svizzera e per la figlia geologa trovare lavoro nel loro paese risulta molto difficile.
Alla sera del terzo giorno ci raggiunge il gruppo ma purtroppo, dopo cena, a causa dell’oscurità e del terreno sconnesso, Lori cade procurandosi una frattura al femore che l’obbligherà ad interrompere il viaggio. Il giorno seguente arriva l’ambulanza che porterà Lori, accompagnata da Max e Gianna nei diversi centri medici per fare le varie visite. Nel frattempo, noi visitiamo i dintorni di Berzina, in particolare un branco di gazzelle allevate in cattività per ripopolare la regione poiché sono in via di estinzione. Poco lontano, il vento e l’acqua hanno spazzato via il terreno mettendo a nudo le impronte di alcuni dinosauri. È sempre un’emozione vedere delle impronte lasciate da animali preistorici milioni di anni fa.
Stranamente senza scorta (forse perché partiamo all’alba) riprendiamo il viaggio verso sud ovest fino a raggiungere le dune rosse della bella oasi di Taghit con il suo villaggio antico. Da qualche anno offrono la possibilità di affittare uno snowboard, che in questo caso potremmo chiamare “sandboard”, per scendere dalle ripide dune. Passeremo due notti nel campeggio Taghit.
La tappa successiva prevede uno stop all’oasi di Beni Abbes dove possiamo visitare il museo e la chiesa eretta da Père de Foucauld prima di trasferirsi all’Eremo dell’Assekrem.
Dopo aver costeggiato il Grand Erg Occidentale raggiungiamo l’oasi di Timimoun e ci sistemiamo nel parcheggio dell’Hotel Gourara. Il giorno seguente visitiamo la bellissima oasi di Timimoun denominata la rossa, in stile sudanese è una perla del deserto. Il rigoglioso palmeto si estende sino alla sebka, ossia il lago salato. Il sistema d’irrigazione, tramite le cosiddette “foggaras”, distribuisce ad ogni giardino e orto la preziosa acqua. Naturalmente visitiamo anche la parte più commerciale dove non manca un animato mercato.
È giunto il momento di prolungare il visto poiché invece di rilasciarcelo per un mese ce l’hanno dato per soli 15 giorni per cui ora va rinnovato per un altro mese e dunque…, tutti dal fotografo.
Nel pomeriggio saliamo a bordo di Vannozzo (il van 4×4 dei nostri amici toscani) e insieme andiamo a scoprire la regione di Ouled Saïd con i suoi antichi Ksar (granai fortificati).
Il giorno seguente, in attesa del visto, volevamo visitare il misterioso Ksar Draa, una struttura fortificata che sorge nel bel mezzo di un deserto di dune, ma la polizia non ci ha dato il permesso adducendo che il rischio di rimanere insabbiati lungo il percorso era troppo alto. Rimaniamo quindi in zona in stand-by. Nel tardo pomeriggio Layla propone di aspettare i passaporti con i visti davanti all’ufficio e quindi ci mettiamo in marcia con i veicoli. Purtroppo, dopo ca tre ore di attesa ritorniamo con la coda tra le gambe nel parcheggio dell’Hotel Gourara.
Il giorno successivo la nostra guida ritira i visti e così possiamo finalmente riprendere il viaggio in direzione nord est. La scorta procede molto lentamente e i cambi scorta sembra che non siano stati organizzati e veniamo continuamente ritardati. Sarà forse per aver mostrato il nostro malcontento riguardante la lungaggine per rilasciare i visti? Arriviamo ad Al-Mani’a (El Golea) e, prima di sistemarci, visitiamo l’antico Ksar. Raggiungiamo l’hotel Al Busta ma scopriamo che ha cambiato proprietario e la riservazione è stata annullata senza avvisare l’agenzia viaggio. La nuova gerenza vuole mantenere uno standard elevato e non affitta più il piazzale per gruppi di viaggiatori. Siccome è obbligatorio fermarsi in una struttura, siamo stati scortati e poi ospitati nel giardino di un ostello per operai che ci ha dato modo di constatare per l’ennesima volta la simpatia degli algerini che ci mettono a disposizione un locale per poter cenare tutti insieme al calduccio. Ad Al-Mani’a si trova, oltre alla bella chiesa di San Joseph voluta da Père de Foucauld, anche la tomba del religioso.
Riaccesi i motori ci spostiamo verso nord dove attraversiamo una regione con tanti appezzamenti coltivati nel deserto e poi, tramite una bella autostrada, raggiungiamo Ghardaia, l’ultima tappa di questa prima parte del nostro tour. La cittadina è anche il centro principale e storicamente il crocevia commerciale più importante di tutto il deserto sahariano algerino. In questa città molto caratteristica rimaniamo per due giorni ma al termine della seconda parte del viaggio, ripasseremo di nuovo da qui. Ghardaia è composta da cinque oasi ma purtroppo rimaniamo solamente su quella principale, le altre le visiteremo la prossima volta poiché manca il tempo. Le 5 cittadelle sono indipendenti l’una dall’altra, ognuna con proprie caratteristiche: Ghardaia che è la capitale, Beni Isguen la città santa, Melika la regina, Bou Noura la luminosa e El Atteuf la decana. Con una guida (obbligatoria) effettuiamo la visita della cittadella, ossia la citta’ antica, dove le donne più religiose si coprono completamente il capo spiando fuori con un solo occhio.
Qui ci prepariamo per la seconda parte del tour, quella più avventurosa, accessibile solo con i veicoli 4×4. Dopo aver fatto un po’ di manutenzione ai mezzi, rifornimento di provviste e il bucato, lasciamo moto e bicicletta al campeggio, consapevoli che nel deserto non ci serviranno. Anche Sergio & Layla e Fabrizio & Mafalda lasciano i loro camper e continueranno a bordo del Toyota Land Cruiser equipaggiati con tende e sacchi a pelo.
Da Ghardaia – a Ifni. Ora ci aspettano tre giorni di trasferimento con la scorta in cui ci addentreremo sempre di più nel cuore del Sahara dove i grandi spazi pianeggianti saranno interrotti da dune e picchi rocciosi. Lasciamo Ghardaia all’alba per evitare il traffico, attraversiamo la regione petrolifera di Hassi Messaoud e alle 17.30, dopo aver percorso 513 km, ci accampiamo presso la stazione di controllo della polizia di Rhourde-Nouss. Il giorno seguente partiamo alle 8.30 e facciamo una breve tappa al pozzo termale di Hassi Bel Guebbour dove chi soffre di mal di schiena fa un bagno curativo. Il programma di oggi era di continuare dal laghetto verso Bordj Omar Driss e da lì, su una pista, raggirare l’Erg Issaouane per raggiungere il Parco Nazionale del Tassili a Tamadjert. Pur avendo un preavviso favorevole nella richiesta di approvazione del programma di viaggio, i militari ci negano il permesso di passare da una zona di poche decine di chilometri, così dobbiamo percorrere 800 km extra su strade asfaltate di scarso interesse. Ci fermiamo dopo aver percorso 515 km presso l’ostello della gioventù nella cittadina di In Aménas. Qui incontriamo un gruppo di amici dei motociclisti conosciuti a Brezina. Il giorno dopo percorriamo quasi 400 km di cui gli ultimi 130 attraverso il bellissimo massiccio montuoso del Parco Nazionale Tassili n’Aijer che fa parte del patrimonio dell’UNESCO. Il Tassili n’Aijer è uno dei maggiori rilievi del Sahara centrale, una catena di arenaria grande due volte la Svizzera che si estende perpendicolarmente Nord-Sud per 750 km, larga 60-100 km e un’altezza superiore ai 2000 m. la catena montuosa emerge dalle sabbie che la circondano su tutti i lati, con gli strati fortemente inclinati a formare sul lato occidentale una imponente falesia verticale, mentre su quello orientale si smorzano in prossimità del confine libico. Il parco è diviso in diverse zone. Finalmente bivacchiamo tra le dune, nei pressi del bivio per Ifni.
Parco nazionale Tassili Najjer e del Tadrart (patrimonio dell’UNESCO)
Da qui la scorta non è più necessaria. Finalmente lasciamo la strada principale per vedere le bellissime sculture rupestri scolpite nella roccia che raffigurano animali e persone. La più famosa è senza dubbio quella di Tin Taghirt che rappresenta il quadrupede con le corna che troviamo anche sulle banconote algerine di 1’000 dinari.
A pochi chilometri dalle figure rupestri facciamo tappa ai laghetti o, più precisamente agli Uadi Dider (Aguelmane Assar) ma la temperatura non è così elevata da bramare un bagno. Percorriamo ancora alcuni chilometri sulla strada asfaltata verso Djanet e lasciamo la via principale per inoltrarci nel deserto dove, circondati da bellissime conformazioni rocciose e grandi dune, ci accampiamo.
Il giorno seguente raggiungiamo l’imbocco del canyon Essandilene e dopo un tracking di una quarantina di minuti le nostre temerarie fanciulle si fanno un bel bagnetto. Sul cammino facciamo una breve tappa ad un monumento costruito in onore di un Re defunto che potrebbe essere datato anche di ottomila anni fa. Per la notte ci accampiamo tra i meravigliosi pinnacoli.
Dopo aver rabboccato il Nimbus con “la pseudo AdBlue”, seguiamo una pista che ci porta ad un numero notevole di pitture rupestri molto ben conservate che ci danno l’idea di uno scorcio di vita ancestrale. I paesaggi sono bellissimi e variati … anche se qualche volta incontriamo qualche ostacolo. Oggi, per esempio, abbiamo dovuto tagliare parecchi rami di un’acacia per poter passare con i nostri tre metri e ottantacinque di altezza. Anche stasera ci siamo fermati in un bellissimo posto tra i pinnacoli.
La giornata di oggi incomincia con una bella passeggiata tra questi pinnacoli le cui forme a volte prendono dei soprannomi, come il Robot. Nella sabbia si possono vedere le impronte dello sciacallo. Poco dopo essere partiti, nell’oltrepassare una duna, Vannozzo, il van Ford Transit 4×4 dei nostri cari amici, si è spanciato sulla sommità.Trainarlo con il Land Cruiser? Niente da fare! Raggirare la duna per trainarlo con il Nimbus non è stato semplice a causa di un passaggio tra i sassi molto stretto, ma dopo parecchie peripezie ce l’abbiamo fatta. Il seguito non ha creato problemi. Lasciamo il deserto per raggiungere Djanet dove ci attende un sontuoso pranzo offerto da Mokhtar, titolare dell’agenzia di viaggio algerina. Per la notte sostiamo nei parcheggi dell’hotel Residence.
Djanet è un’oasi ed è una delle poche città stanziali dei tuareg, nel passato era un importante nodo carovaniero e sede di un forte coloniale della Legione Straniera. In mattinata visitiamo il piccolo ma ricco museo e, dopo il ripristino della cambusa…
Nel pomeriggio si riparte per visitare la parte più a sud est del Tassili Najjer il Tadrat che si trova a pochi chilometri dal confine con Libia e Nigeria. Anche qui troviamo delle notevoli incisioni rupestri. Sosta notturna tra le acacie.
Il giorno seguente rimaniamo nella regione del Tadrat ma ci spostiamo ancora più a sud est e a piedi ci inoltriamo in un bel canyon. Cambiamo gli equipaggi: Gloria sale con Marina e Francesco con Renato … questo dà modo ai maschietti di divertirsi con i droni. In fuoristrada gli scossoni sono parecchi e le serrature di un cassetto del Nimbus cedono, la serratura è sostituita in poco tempo ma intanto tutto il gruppo li attende. Il paesaggio è molto bello, arrivati alle incisioni delle giraffe, Francesco e Renato decidono di filmare queste bellezze artistiche con il drone che segue il Nimbus. Per un po’ l’avevano sott’occhio ma ad un certo punto non lo vedono più, si è perso il contatto visivo. Francesco attiva la funzione per farlo tornare a casa ma… naturalmente è tornato indietro dalle giraffe, ossia da dove era partito, ed è atterrato in mezzo ad un gruppo di turisti, stupiti di ciò che accadeva. Lo hanno poi raggiunto e recuperato indenne. Il Nimbus è logicamente molto più lento delle vetture e spesso perdiamo sia il contatto visivo che quello con la radio, come in questo caso in cui tutti gli altri equipaggi hanno dovuto attendere. Sosta nella zona del cammello, così chiamata per una conformazione rocciosa simile ad un dromedario. In serata arriva una Toyota con a bordo una guida e il suo cliente, chiedendo un po’ di diesel con la promessa che l’avrebbe restituito l’indomani. Francesco & Marina gli hanno dato una loro tanica. Per venire qui bisogna fare bene i calcoli perché il distributore più vicino si trova a Djanet che da qui dista km 180 e in fuoripista il consumo può raddoppiare o anche quadruplicare.
Iniziamo la giornata con una bella arrampicata sulle dune e poi si riaccendono i motori per andare a vedere le diverse conformazioni rocciose e altri disegni rupestri. Armati di buona volontà Francesco e Renato, mentre sono in movimento con il veicolo, alzano in volo il drone per filmare dall’alto queste meraviglie della natura. Ma il drone fa le bizze, dopo poche centinaia di metri decide di posarsi; trovarlo non è stato facile, ha scelto una conformazione rocciosa per atterrare ed è un miracolo che non sia andato in cento pezzi. Per recuperarlo c’è voluto un po’ di tempo e l’agilità di Francesco. Il gruppo non ha digerito bene questa terza pausa forzata in due giorni che ci ha fatto arrivare appena prima del calare della notte per accamparci sotto la grande duna Tin Merzouga. Sembra che qui vi sia la sabbia più rossa di tutti i deserti del mondo.
Oggi rimaniamo ancora nel Tadrat ma iniziamo il rientro verso Djanet. A volte la conformazione delle rocce ci riserva delle belle sorprese, come quella denominata “La coppa del Mondo”. Un po’ più lontano vediamo una roccia a forma di riccio. Verso la fine della giornata ci attende una bella sorpresa, non succede spesso di trovare delle piantine così fragili fossilizzate e in un perfetto stato ma nel deserto capita pure questo. E anche stasera una sosta sotto il cielo stellato.
Dopo le dune rosse incontriamo quelle nere; alla superficie, infatti, si trovano i granelli di sabbia vulcanica contenente materiali pesanti (ferro, basalto ecc.). Siccome la tanica di diesel di Francesco & Marina non è ancora stata restituita, il Nimbus si mette volentieri a disposizione come “stazione di rifornimento”. Pochi chilometri prima di arrivare a Djanet ci sono dei graffiti molto particolari chiamati “La vache qui pleure”. L’interpretazione più accreditata di questa incisione rupestre racconta che l’allevatore di bestiame abbia voluto raffigurare la sua disperazione per la mancanza di pastura per le sue mucche causata dalla siccità. In serata arriviamo di nuovo a Djanet e questa volta ci fermiamo due notti.
La cittadina pullula di persone indaffarate negli acquisti e noi ristabiliamo la cambusa per i prossimi giorni che passeremo di nuovo nel deserto ma questa volta a ovest della cittadina.
Siamo diretti a Tamanrasset, che dovremmo raggiungere tra alcuni giorni. Lasciamo la strada asfaltata percorrendo le bellissime distese sabbiose del Sahara verso l’Erg Dadmer, a tratti la sabbia è molto fine e gli pneumatici affondano parecchio mandando letteralmente in affanno i nostri veicoli. Ad un certo punto le guide che fanno da battistrada ci dicono di aspettare. Si sono insabbiate nel fesh-fesh, una sabbia finissima al limite delle sabbie mobili che fa affondare i veicoli ed è molto difficile uscirne. È stato apprezzato il contributo del nostro Nimbus, e non solo da loro, anche dai nostri amici toscani che con Vannozzo oggi si sono insabbiati parecchie volte. Per la notte ci fermiamo sul Plateaux D’Admer, vicino ad una duna sassosa.
Siamo all’esterno del Parco Nazionale, sulla pista per Afara, e qui i paesaggi sono un po’ meno interessanti anche se non mancano le belle e divertenti piste di sabbia. Più avanti ecco che arrivano i problemi per il nostro veicolo pesante. Dobbiamo attraversare una zona ricca di sassi affilati, sembrano messi lì da un gommista per incrementare la sua cifra d’affari. La pista battuta dai fuoristrada presenta delle carreggiate strette, il nostro veicolo largo una sessantina di cm in più si becca tanti di quei sassi taglienti e, inevitabilmente, arriva la nostra prima gomma lacerata. Tutti aiutano e in tempo record la ruota è sostituita. Ora però non abbiamo più la ruota di scorta e la pista rimane per noi come un campo minato. Anche a costo di far aspettare il gruppo, decidiamo di fare quello che avremmo dovuto fare prima, ovvero, Gloria va a piedi e toglie i sassi sporgenti dalla careggiata, quelli che può. Nonostante ciò, a fine giornata, anche lo pneumatico sostituito è molto rovinato. Quando le pietre lasciano il posto alla sabbia e alle dune è ormai l’ora di spegnere i motori.
Oggi siamo diretti nel piccolo villaggio tuareg di Tamajert e gli ultimi 20 km, sono asfaltati e, proprio a poche centinaia di metri dall’abitato, causa le ferite del giorno prima, ci scoppia la seconda gomma posteriore. Riusciamo comunque a fermarci in un posto pianeggiante che sarà anche la nostra sosta notturna per un paio di giorni. Smontiamo subito la ruota che carichiamo, con quella tagliata ieri, sul Toyota Land Cruiser delle guide. Siamo a 300 km da Djanet (di cui 100 su pista) ed è il posto più vicino per sostituire gli pneumatici per il camion. L’autista del fuoristrada e una guida partono subito, li aspetta un bel viaggio ma devono fare in fretta, il gruppo non può aspettare troppo, i giorni sono contati. Dobbiamo attendere il rientro delle guide per cui il giorno seguente Tijan (la seconda guida, quella specializzata per il deserto) ci accompagna per una bella passeggiata nel canyon ricco di pitture rupestri e poi nel tipico villaggio Touareg dove scambiamo quattro chiacchere con un docente della scuola. Che l’Algeria investe moltissime risorse sull’istruzione già lo sapevamo, ma in questo piccolo villaggio l’abbiamo potuto constatare con i nostri occhi. Qui vivono 12 famiglie, per un totale di un centinaio di persone, 25 sono i bambini in età scolastica (elementari). Da noi quante classi farebbero? Qui ci sono tutte le sei classi, alcune con un paio di allievi e altre un pochino più numerose. Il governo versa un bonus ai docenti che dalla città vanno a insegnare nei luoghi più discosti. Per cena Marina e Francesco ci deliziano con gnocchi freschi alla barbabietola conditi con salsa al rosmarino del Pian di Peccia.
Cambio programma – 2° abbandono del gruppo
La mattina del giorno seguente le guide arrivano con le gomme nuove, le Michelin offroad, come da equipaggiamento originale non si trovano, per cui si deve ripiegare su quelle cinesi. Malgrado siano della stessa misura sono vistosamente più piccole di diametro. Tutti danno una mano al montaggio e in poco tempo siamo pronti a ripartire. La guida locale afferma che da lì in poi non ci sono più sassaie per cui possiamo seguire il gruppo come da programma. Però non tutti sono d’accordo, perciò, per non incappare in ulteriori danni alle gomme e ritardare il gruppo, decidiamo di separarci dagli altri e percorrere un’altra pista, pur sapendo che il percorso si allungherà di molti chilometri.
Ci dirigiamo quindi verso Afara dove scopriamo che Tijan, la guida che ci accompagna, ci abita. È un gruppo di capanne tipiche Touareg, molto spartane. Ben presto i bambini del posto ci rendono visita, incuriositi del nostro mezzo. Da lì raggiungiamo l’asfalto e proseguiamo verso sud fino a Bordj El Haouas, dove ci fermiamo a dormire vicino alla gendarmeria.
Dopo un buon sonno e riposati, imbocchiamo la N55 verso ovest e ci fermiamo a Idelès. Oggi, per percorrere 348 km, di cui 226 su pista, abbiamo impiegato quasi 6 ore effettive.
Il giorno dopo. Percorriamo ancora 100 km sulla N55 e al bivio per Tamanrasset, vista la maggior lentezza del veicolo pesante e il percorso allungato, decidiamo di andare direttamente verso Ghardaia. Ci è dispiaciuto fare questa scelta perché la tappa a Tamanrasset prevedeva un’escursione in montagna per visitare Assekrem e Tefedest da dove si possono ammirare le alte montagne e i monoliti che, specialmente all’alba, sono stupendi. Père de Foucault ha trascorso parte della sua vita qui, dove ancora oggi ci sono degli eremiti che vivono in questo luogo straordinario.
Ora ci aspettano 3 giorni e mezzo di viaggio sulla N1 per raggiungere Ghardaia che dista 1’300 km. La strada a tratti è in pessime condizioni e a tratti è stata asfaltata di recente. Il paesaggio è privo d’interesse, molto monotono ad eccezione di una fermata a Sidi Mouley Labsene, dove la tradizione vuole che i passanti facciano tre giri attorno al mausoleo. Lì ci fermiamo per una pausa pranzo.
Sulla N1 si vedono parecchi gruppetti di migranti che, a piedi camminano verso il nord, molti cercano di raggiungere le coste della Tunisia per poi imbarcarsi verso l’Europa. Il governo non gli impedisce il transito, si può dar loro del cibo e acqua ma è proibito trasportarli. Più avanti incrociamo un convoglio di autobus scortato dalla polizia con a bordo i migranti che vengono rispediti nel profondo sud, oltre i confini di stato, in Niger e in Libia. Dopo tutti i chilometri percorsi a piedi con tanto sacrificio (attraversare l’Algeria sono 2’700 km), si ritrovano al punto di partenza.
Dopo 23 ore di viaggio effettivo, arriviamo a Ghardaia in mattinata e abbiamo due giorni di tempo prima che ci raggiunga il gruppo. Ne approfittiamo quindi per fare un “servizio self-service” al Nimbus (pulizia dei filtri, serrature, ecc), un po’ di spesa e il bucato. I compagni di viaggio arrivano! È l’occasione per pranzare tutti assieme e festeggiare l’avventura che giunge al termine.
Alla bellissima luce dell’alba attraversiamo Ghardaia, si riparte verso il confine con la Tunisia facendo solamente una breve pausa pranzo. Raggiungiamo El-Oued, dove nel giro di pochi decenni, le dune di sabbia hanno lasciato il posto a terreni per l’orticoltura ed ora diverse centinaia di migliaia di ettari di terreno sono coltivati. Una svolta per questa regione che è diventata uno dei principali produttori di ortaggi del Paese. Il sole tutto l’anno permette agli agricoltori di produrre ed esportare, anche fuori stagione, patate, pomodori, arachidi e cipolle. Il lato positivo dell’agricoltura sahariana è che essendoci il sole tutto l’anno ci sono meno malattie: il 70% dei prodotti sahariani è biologico. L’acqua per idratare gli appezzamenti viene prelevata dalla falda freatica grazie a perforazioni che vanno da 300 a 2’000 metri di profondità sotto la sabbia.
Alle 17h10 arriviamo alla dogana di Bou Aroua che porta verso la cittadina tunisina di Tozeur.
Fortunatamente le pratiche doganali sono più brevi (1 ora Algeria + 1 ora Tunisia). Per uscire dall’Algeria i veicoli devono pagare una piccola tassa di DA 3500 per il Nimbus e DA 1500 per la moto (€ 17.50 e 7.50). Non era scontato che ci dessero ancora tre mesi di permanenza in Tunisia poiché non erano trascorsi sei mesi dal nostro precedente soggiorno nel Paese per cui ci hanno facilitato la vita.
Conclusione
L’Algeria è stata una bella scoperta: la città di Constantine, i resti della città romana di Timgad e l’antico sito romano di Djemila sono di una grande bellezza. Il parco Nazionale del Tassili, sia ad est che a ovest di Djanet è una chicca imperdibile per chi ama il deserto e rimarrà per sempre nel nostro cuore. Unico neo sono le grandi distanze tra un luogo e l’altro, Infatti, pur avendo accorciato un po’ il tragitto, abbiamo percorso in un mese e mezzo ca. 8’500 Km, decisamente troppi per noi, di cui oltre 1’000 in fuoristrada e pochi in autostrada.
Un consiglio che diamo a chi volesse fare un viaggio di gruppo con un camion è quello di scegliere un tour per solo veicoli pesanti. Il Nimbus è chiaramente più lento di un veicolo leggero, sia sull’asfalto che in offroad e questo, nonostante il gruppo non ce l’ha mai fatto pesare, ha messo un po’ di pressione su di noi. Inoltre, le guide locali non hanno sempre scelto i percorsi più adatti alla nostra stazza.
Temperature
Le temperature medie andavano dalle minime di 8°C alle massime di 25°C, con punte di 1°C e 29°C. Alla sera alcune volte abbiamo rinunciato a cenare in compagnia per goderci il caldino che ci offriva il Nimbus.












































































































































































































































































































































































































































































































































